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Tutela della salute e rifiuto della prestazione lavorativa

3 Febbraio 2016

Come noto, nei contratti a prestazioni corrispettive, l’inadempimento di uno dei contraenti legittima l’altro a non effettuare la propria prestazione.
In relazione a quanto sopra, pertanto – in ambito giuslavoristico – la mancata prestazione lavorativa del dipendente consente al datore di lavoro di non retribuirlo per la prestazione non resa, oltre alla possibilità di procedere disciplinarmente nei suoi confronti.

Ebbene, secondo una recente pronuncia della Corte di Cassazione (Cass. 19 gennaio 2016, n. 836) tale principio subisce una deroga allorquando il rifiuto del lavoratore sia motivato dal pregiudizio alla salute insito nello svolgimento della sua attività.
Nel caso di specie, alcuni operai di un’azienda torinese – addetti all’assemblaggio di portiere per auto – avevano sospeso l’attività lavorativa a seguito della caduta di una portiera, rifiutandosi di riprendere il lavoro sino a che l’azienda avesse ottemperato agli obblighi di sicurezza.
Solo dopo circa due ore, a seguito dell’intervento dei manutentori – che avevano provveduto alle riparazioni di alcuni ganci – i lavoratori riprendevano servizio.
L’azienda, tuttavia, provvedeva a decurtare dalla retribuzione tale periodo di tempo, dando luogo alla controversia giudiziaria che vedeva in primo grado soccombere i dipendenti, con sentenza tuttavia ribaltata in appello e confermata dalla Suprema Corte.

Quest’ultima, in particolare – dopo aver premesso che il datore di lavoro è obbligato a mente dell’art. 2087 c.c. ad assicurare condizioni di lavoro idonee a garantire la sicurezza delle lavorazioni, adottando tutte le misure che sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro – rileva come la violazione di tale obbligo legittima i lavoratori a non eseguire la prestazione, eccependo l’inadempimento datoriale.
Peraltro, aggiunge la Corte “la protezione, anche di rilievo costituzionale, dei beni presidiati dall’articolo 2087 c.c., postula meccanismi di tutela delle situazioni soggettive potenzialmente lese in tutte le forme che l’ordinamento conosce. Dunque, per garantire l’effettività della tutela in ambito civile, non solo azioni volte all’adempimento dell’obbligo di sicurezza o alla cessazione del comportamento lesivo ovvero a riparare il danno subito, ma anche il potere di autotutela contrattuale rappresentato dall’eccezione di inadempimento, rifiutando l’esecuzione della prestazione in ambiente nocivo soggetto al dominio dell’imprenditore”.

Da quanto sopra, pertanto, consegue non solo la legittimità del rifiuto di rendere la prestazione lavorativa, che dunque non potrà essere oggetto di sanzione disciplinare, ma anche – coerentemente con i principi normativi esaminati e in conformità a quanto sul punto statuito di recente dagli Ermellini (Cass. 6631/15) – il diritto alla retribuzione per il periodo non lavorato, non potendo derivare al lavoratore conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore. A tale proposito, appare evidente come tali assunti – se da un punto di vista tecnico-giuridico risultano ineccepibili – scontino però, da un punto di vista pratico-operativo, tutto il limite dell’alea che determinano in relazione all’indispensabile accertamento di fatto ad essi connesso. In buona sostanza, sarà necessariamente un giudice a dover accertare – ma solo ex post – la legittimità dell’arbitrario rifiuto della prestazione, con conseguente inevitabile incertezza del proprio operato.

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