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Part-time e riduzione dell’anzianità di servizio. Rischio discriminazione?

5 Aprile 2024

E’ discriminatoria l’automatica riduzione dell’anzianità di servizio in ragione della fruizione del part-time.

Questa la conclusione alla quale è giunta la Corte di Cassazione con l’ordinanza del 19 febbraio 2024 n. 4313, accogliendo la tesi difensiva di una lavoratrice che lamentava di essere stata penalizzata e discriminata dal proprio datore di lavoro, nell’ambito di una procedura interna volta al passaggio ad una superiore fascia retributiva, in quanto donna impiegata a tempo parziale.

La dipendente contestava la circostanza che, nella valutazione dell’anzianità di servizio ai fini della progressione economica, le fosse stato attribuito un punteggio ridotto in proporzione al minor numero di ore di lavoro svolto (trattandosi di una lavoratrice part-time) rispetto ai colleghi con pari anzianità, ma impiegati a tempo pieno.

Secondo la tesi difensiva della dipendente, la riduzione del punteggio attribuito per l’anzianità di servizio avrebbe comportato una discriminazione dei lavoratori a tempo parziale, nonché – seppur indirettamente – una discriminazione di genere, in violazione dell’art. 25, comma 2, del d.lgs. n. 198/2006, in quanto al rapporto di lavoro a tempo parziale ricorrono in grande maggioranza le donne.

La Corte, condividendo tale tesi, ha affermato che l’anzianità di servizio (da valutare ai fini delle progressioni economiche) non può automaticamente ritenersi ridotta in proporzione alle ore lavorate in ragione della fruizione del part-time, essendo invece necessario verificare se, in base alle circostanze del caso concreto (tipo di mansioni svolte, modalità di svolgimento, ecc.), il rapporto proporzionale tra anzianità riconosciuta e ore di presenza al lavoro abbia un fondamento razionale oppure non rappresenti una discriminazione in danno del lavoratore a tempo parziale.

Secondo la Cassazione, inoltre, la disparità di trattamento esaminata costituisce anche una discriminazione di genere, in quanto – sulla base di una valutazione statistica – la percentuale di donne impiegate con contratto part time è di gran lunga superiore di quella riscontrabile nel personale di sesso maschile, e ciò in ragione del “notorio dato sociale del tuttora prevalente loro impegno in ambito familiare e assistenziale”.

Partendo da tale dato empirico, i Giudici hanno ritenuto che l’automatica riduzione dell’anzianità di servizio in misura proporzionale all’orario di lavoro a tempo parziale configuri un comportamento che in concreto mette “i lavoratori di un determinato sesso in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell’altro sesso” e, quindi, una discriminazione indiretta ai sensi dell’art. 25, comma 2, d.lgs. n. 198 del 2006.

La decisione mette in luce, inoltre, il principio per cui l’attuarsi di una discriminazione, soprattutto se indiretta, prescinde totalmente dall’esistenza di un determinato intento da parte del datore di lavoro, che potrebbe essere finanche inconsapevole di generare un simile effetto.

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