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Non si rifugga da un accordo sui tempi di vestizione

18 Maggio 2015

Due sentenze della Cassazione del gennaio scorso confermano l’orientamento che la Suprema Corte ha assunto negli ultimi anni in materia di tempo tuta.
Il principio ormai pacifico – ribadito nelle sentenze di cui sopra (692/2015 e 801/2015) – è il seguente: se il datore di lavoro impone al lavoratore di indossare abiti specifici durante la prestazione lavorativa, il tempo necessario per la vestizione e la svestizione rientra nell’orario di lavoro.

Quest’orientamento giurisprudenziale è divenuto ampiamente prevalente da quando il decreto legislativo 66/2003 ha modificato la definizione di orario di lavoro, che oggi ricomprende non soltanto la prestazione lavorativa vera e propria, ma anche tutto il tempo in cui il lavoratore pone le sue energie lavorative a disposizione del datore di lavoro (indipendentemente dal fatto che svolga o meno attività lavorativa in senso stretto).

La conseguenza è, in tutta evidenza, il diritto del lavoratore ad essere retribuito per il tempo necessario alla vestizione ed alla svestizione.
Alla luce di quanto sopra, è ormai assolutamente necessario adeguare la contrattazione collettiva (di primo livello o, in mancanza, di secondo livello) al fine di evitare che i lavoratori agiscano per via giudiziale per vedersi riconosciuto il diritto in questione.
Un accordo in tal senso produrrebbe sicuramente effetti benefici sul clima aziendale, e rimetterebbe alle parti la regolamentazione delle modalità di applicazione dell’istituto, potendo prevedere infatti:
a)    l’individuazione di un tempo contenuto per la vestizione e la svestizione (si tenga presente che i giudici chiamati a decidere in proposito solitamente prevedono circa 30 minuti);
b)    l’esclusione di alcune tipologie di lavoratori da tale diritto (ad esempio, coloro che non sono obbligati alla vestizione all’interno della struttura aziendale o coloro che sono tenuti ad indossare soltanto il camice);
c)    la decorrenza dell’istituto da una data certa (evitando così il rischio che l’autorità giudiziaria possa obbligare il datore di lavoro alla corresponsione di arretrati).

In ambito sanitario e socio-assistenziale, soltanto ARIS ha adeguatamente regolamentato i tempi di vestizione, stabilendo: 1) un tempo molto contenuto per la vestizione e la svestizione (14 minuti complessivi), 2) l’esclusione di coloro che non sono tenuti alla vestizione all’interno della struttura aziendale (ad esempio, gli impiegati con divisa e gli operai), 3) l’esclusione di coloro che sono tenuti ad indossare il camice, 4) la decorrenza dell’istituto da una data certa (con conseguente esclusione di importi arretrati per il passato).
Ovviamente è auspicabile che anche gli altri ccnl del settore regolamentino tempestivamente le modalità di applicazione del cd. “tempo tuta”; nell’attesa, tuttavia, le singole strutture non dovrebbero avere incertezze a stipulare al più presto accordi aziendali che disciplinino i tempi di vestizione e svestizione.

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