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Lavoro occasionale e compensi sottosoglia

25 Giugno 2024

Il rispetto della soglia dei 5000 euro annui non basta per qualificare una prestazione come occasionale, soprattutto quando si tratti di attività per le quali è necessaria l’iscrizione ad un albo. Questa la conclusione che si trae dalla recente sentenza di Cassazione n. 11535 del 30 aprile 2024.

La Suprema Corte affronta il tema della “occasionalità” sotto il profilo previdenziale, illustrando la reale portata dell’art. 44 della l. 326/2004, norma che esonera dalla contribuzione – alla sola gestione separata INPS, visto che le casse autonome (ENPAPI, ENPAM, etc.) non riconoscono questa esenzione – “i soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale” qualora il reddito annuo derivante da tale attività sia inferiore o pari a 5000 euro.

Secondo la Cassazione, la soglia reddituale rileva solo se l’attività non è connotata da abitualità, atteso che in caso contrario l’iscrizione alla citata gestione previdenziale è obbligatoria sin dal primo euro di corrispettivo.

La Corte, quindi, sposa in pieno la linea interpretativa dell’INPS (circ. 9/2004), secondo cui un’attività può definirsi occasionale, indipendentemente dall’importo, solo se è caratterizzata: i) dall’autonomia, ossia dall’assenza di qualsivoglia potere direttivo da parte del committente; ii) dall’occasionalità, intesa quale dato temporale, nel senso che la prestazione abbia un carattere del tutto episodico; iii) dalla non abitualità del servizio reso. Se mancano questi requisiti, la contribuzione è dovuta anche quando il reddito annuale sia inferiore a 5000 euro.

Sul piano fiscale, inoltre, la sentenza sembrerebbe convalidare anche l’orientamento dell’Agenzia delle Entrate, secondo cui i requisiti di professionalità e abitualità – che escludono il carattere occasionale della prestazione – sussistono ogni qualvolta un soggetto attui con regolarità, sistematicità e ripetitività una pluralità di atti economici coordinati e finalizzati al conseguimento di uno scopo.

Con riferimento alle professioni protette, peraltro, l’Erario ha tenuto una posizione decisamente tranchant, affermando che “l’abitualità dell’esercizio professionale è insita nella volontaria iscrizione del professionista nell’albo, costituente titolo per l’affidamento di compiti in modo ricorrente” (cfr. interpello n. 41/2020). Ciò in quanto l’iscrizione all’albo, richiesta per poter esercitare l’attività, risulta indicativa della volontà del professionista di attuare una pluralità di atti coordinati e finalizzati all’esercizio della professione.

Anche sotto tale profilo, giurisprudenza e prassi amministrativa sembrerebbero concordi: secondo la Cassazione, infatti, il requisito dell’abitualità deve essere valutato “nella sua dimensione di scelta “ex ante” del libero professionista e non invece come conseguenza “ex post” desumibile dall’ammontare del reddito prodotto” (Cass. 10971/2022).

La sentenza n. 11535/2024 torna anche su questi aspetti, confermando che per appurare se ricorre l’abitualità devono essere valutati alcuni elementi quali, ad esempio, l’iscrizione ad un albo, l’accensione della partita iva o la predisposizione di una organizzazione materiale a supporto dell’attività del professionista.

Tali elementi, se presenti, possono infatti fondare una “presunzione semplice” di abitualità, con conseguente inversione dell’onere della prova. In tal caso, quindi, è il contribuente a dover dimostrare il carattere occasionale della prestazione, sobbarcandosi un onere molto gravoso visto che, secondo la Cassazione, in assenza di ulteriori elementi (nemmeno precisati dalla sentenza), non basta di per sé nemmeno documentare di aver percepito redditi contenuti o addirittura insignificanti.

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