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La formazione per il lavoro di domani

3 Giugno 2020

Esce in questi giorni la nuova raccolta di saggi del prof. Pietro Ichino (L’intelligenza del lavoro, ed. Rizzoli), che analizza alcune problematiche attuali in tema di diritto del lavoro e sindacale e propone delle soluzioni innovative per il prossimo futuro.

Come sempre, l’insigne autore offre spunti di riflessione che meriterebbero attenta riflessione e l’apertura di un confronto tra tutti coloro che studiano le tematiche del lavoro, tanto in ottica giuslavorista quanto in ottica politica, sociale ed economica.

In particolar modo, in questo preciso momento storico l’emergenza pandemica sta distogliendo l’attenzione su una grave problematica che affligge l’Italia: l’inadeguatezza della formazione dei cittadini italiani rispetto alle competenze richieste per entrare nel mercato del lavoro.

Infatti, nonostante il nostro paese sia uno di quelli con il maggiore tasso di disoccupazione nell’eurozona e, più in generale, in tutti i paesi industrializzati, i datori di lavoro lamentano un’estrema difficoltà nel reperire risorse valide da inserire nelle aziende.

Quello che dovrebbe far riflettere è che questa problematica non riguarda solamente le professioni altamente specializzate ma addirittura alcune tra le mansioni più diffuse e generalmente svolte da un pubblico giovane che si approccia per la prima volta al mondo del lavoro.

Ad esempio qualche anno fa fece scalpore l’intervista andata in onda su Piazza Pulita a Stefano Callegari, proprietario di alcune pizzerie a Roma e di numerosi esercizi di street food, durante la quale l’imprenditore si lamentava della difficoltà di trovare giovani da assumere come pizzaioli, cuochi o cassieri, il tutto con un contratto pienamente regolare.

Le pretese dell’imprenditore erano tutto sommato semplici e condivisibili, ovvero disponibilità e un minimo di padronanza della lingua inglese, a causa del gran numero di turisti che richiedono ogni giorno il famoso “trapizzino”.

Ebbene, come risultato dai filmati dei colloqui di lavoro trasmessi in tv, nessuno dei canditati era minimamente adatto neanche a queste tipologie di mestieri.

È evidente che una parte sostanziale del problema sia causata da un sistema scolastico obsoleto ed inadeguato che fornisce una formazione quanto meno anacronistica.

Ciò comporta la necessità (avvertita da circa il 40% degli studenti) di proseguire gli studi almeno fino alla laurea nella speranza (statisticamente mal riposta) di acquisire delle competenze per ottenere un’occupazione privilegiata.

Probabilmente, una maggiore interazione tra il Ministero dell’Istruzione e quello dell’Economia potrebbe favorire maggiormente un’evoluzione del sistema scolastico in modo tale da renderlo più coerente con l’industria 4.0, ad esempio dedicando un giorno a settimana per tutto l’anno scolastico all’alternanza scuola lavoro.

Se l’emergenza più grave riguarda senza dubbio i giovani, anche l’attuale forza lavoro necessita di notevoli aggiornamenti per tornare ad essere competitiva.

Infatti, nella regione Lombardia, circa l’80% dei lavoratori disoccupati potrebbe essere rioccupata nelle realtà a difficile reperimento del personale (Fonte: Willibi, 2018)

Sul punto, tuttavia, appare scontato che la formazione “a breve termine” fornita dallo Stato potrebbe non essere sufficientemente specialistica per far fonte alle necessità del mercato: la Pubblica Amministrazione, infatti, è vincolata al principio costituzionale del buon andamento ma non potrà mai avere la capacità di crescita di un abile imprenditore.

Inoltre, un massivo finanziamento della formazione statale richiederebbe un forte taglio degli ammortizzatori sociali, con un conseguente aumento, almeno nel breve periodo, della disoccupazione e del numero di famiglie sotto la soglia di povertà.

In altre parole, la coperta dello Stato, già pesantemente ridotta dal coronavirus, rischia di essere estremamente corta.

Una soluzione potrebbe essere quella di affidare la formazione immediata proprio alle imprese che richiedono queste professioni di difficile reperimento.

Certo sarà necessario fornire al datore di lavoro incentivi fiscali o quanto meno importanti sgravi contributivi per convincerlo a scommettere su lavoratori che ancora non sono in grado di rendere compiutamente la prestazione lavorativa ma anche un lavoratore inoccupato costituisce un forte peso sullo Stato.

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