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Incapacità di intendere del lavoratore e impossibilità di impugnare il licenziamento: parola alle Sezioni Unite

28 Novembre 2023

L’incapacità di intendere del lavoratore nel momento in cui gli viene comunicato il licenziamento incide sul rispetto dei termini decadenziali per l’impugnazione del provvedimento espulsivo?

È questa la domanda che è stata posta alla Suprema Corte di Cassazione da un lavoratore che ha sostenuto di non aver potuto impugnare il licenziamento perché, nel momento in cui gli è stato comunicato, era affetto da una grave crisi depressiva che l’aveva ridotto in uno stato di incapacità tale da non consentirgli di avere conoscenza del provvedimento espulsivo e di non poterlo contestare nei termini di legge.

Con ordinanza n. 27483 del 27 settembre 2023, la Corte fornisce un quadro esaustivo della normativa e dei diversi arresti giurisprudenziali su tale controversa e interessante problematica.

Sul punto, i Giudici di legittimità hanno preliminarmente rammentato che il licenziamento è un atto unilaterale recettizio che si presume conosciuto al lavoratore, ai sensi dell’art. 1335 c.c., nel momento in cui giunge al suo indirizzo, salvo che riesca a dimostrare di essere stato nell’impossibilità di averne notizia.

Con riferimento ai rimedi previsti dall’ordinamento per opporsi al provvedimento espulsivo, gli Ermellini rilevano che l’eventuale impugnazione stragiudiziale del provvedimento espulsivo da parte del lavoratore dovrebbe avvenire, ai sensi dell’art. 6, co. 1, della legge n. 604/1966, entro sessanta giorni decorrenti dalla relativa comunicazione.

Fatta la superiore premessa per focalizzare il contesto normativo di riferimento, i Giudici prendono atto che in diverse occasioni, in tema di rapporti tra l’avvenuta decadenza dall’impugnazione del licenziamento e lo stato di incapacità naturale del destinatario, la Suprema Corte ha ritenuto non rilevante la incapacità di intendere e di volere del lavoratore, in assenza di norme che ammettono espressamente di sospendere o interrompere i termini decadenziali per l’impugnazione del provvedimento espulsivo (Cass. n. 5545/2007; Cass. n. 2197/87).

Inoltre, hanno segnalato che in altre pronunce dalla Suprema Corte, coerentemente alla citata impostazione, è stato affermato che la validità o l’efficacia degli atti recettizi (fra i quali rientra il licenziamento) prescinde dall’eventuale stato di incapacità naturale del soggetto cui sono rivolti, atteso che la disciplina di tali atti è improntata sul principio del legittimo affidamento (v. Cass. n. 352/1979; Cass. n. 5563/1982; Cass. n. 3612/1985; Cass. n. 2197/1987; Cass. n. 5279/1989).

Tuttavia, i Giudici di legittimità hanno rilevato che all’interno dello stesso quadro normativo vi sono altre pronunce sempre di legittimità di segno opposto, in cui è stato precisato che il termine perentorio fissato per l’impugnazione del licenziamento decorre dal momento in cui la relativa comunicazione è pervenuta all’indirizzo del lavoratore, salva la dimostrazione, da parte del medesimo, che egli, senza sua colpa, fosse impossibilitato ad avere conoscenza della lettera di licenziamento (v. Cass. n. 4878/1992, Cass. n. 4394/1988; Cass. n. 197/1984).

La Suprema Corte, prendendo atto di tale contrasto giurisprudenziale, ha quindi rappresentato che se è vero che l’elemento psichico (dolo o colpa imputabile al destinatario) non incide ai fini della conoscenza e della efficacia dell’atto, è altrettanto vero che qualora la conoscenza soggettiva della ricezione dipenda da uno stato di incapacità naturale temporaneo, dimostrato processualmente, non può escludersi una lettura normativa che operi un bilanciamento tra il diritto al legittimo affidamento nell’ambito dei rapporti negoziali e il diritto alla salute dei soggetti interessati, costituzionalmente garantito.

In considerazione di quanto sopra, la Cassazione con l’ordinanza in commento ha ritenuto opportuno rinviare la questione alle Sezioni Unite per dirimere il contrasto giurisprudenziale, così da chiarire una volta per tutte se uno stato di incapacità naturale – processualmente dimostrato e non contestato, sussistente nel momento in cui l’atto sia giunto all’indirizzo del destinatario – costituisca un legittimo impedimento alla tempestiva impugnazione del licenziamento e/o comunque di un qualsiasi atto recettizio.

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