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I limiti del diritto del lavoratore disabile ad essere trasferito

10 Gennaio 2024

All’esito di un giudizio cautelare incardinato da un dipendente affetto da disabilità grave che aveva chiesto di essere trasferito d’urgenza presso altra sede lavorativa, il Tribunale di Milano, con la recente pronuncia del 21 dicembre 2023, ha accolto la tesi difensiva di una nota struttura sanitaria lombarda assistita dall’avvocato Giovanni Costantino.

In particolare, il lavoratore – appellandosi al diritto riconosciuto dall’art. 33, co. 6 della legge n. 104/1992 – agiva in giudizio per ottenere il trasferimento presso una sede diversa da quella di originaria destinazione, al fine di soddisfare l’esigenza di raggiungere più facilmente il luogo di lavoro in automobile partendo dalla propria residenza.

La suddetta disposizione, infatti, prevede che “La persona handicappata maggiorenne in situazione di gravità… ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al proprio domicilio e non può essere trasferita in altra sede, senza il suo consenso”. 

Il Giudice del capoluogo lombardo, nel rigettare le pretese del lavoratore, ha rilevato che l’art. 33 della legge n. 104 del 1992 non configura in generale in capo al dipendente disabile o che assiste un soggetto affetto da disabilità grave un diritto assoluto e illimitato al trasferimento, potendo questo essere fatto valere sono nel caso in cui l’esercizio dello stesso non finisca per ledere in maniera consistente le esigenze economiche, produttive ed organizzative del datore di lavoro.

Le suddette conclusioni risultano coerenti con i recenti arresti della giurisprudenza di legittimità sul tema, la quale ha affermato in più occasioni che la scelta di essere trasferito non rappresenta un diritto incondizionato del lavoratore (come reso evidente dall’inciso “ove possibile” contenuto nella norma richiamata), ma deve essere oggetto di un bilanciamento con altri diritti e interessi del datore di lavoro e presuppone, in particolare, l’esistenza (rectius la vacanza) del posto nella sede di destinazione (cfr. Cass. n. 16298/15).

Il Tribunale, sulla scia del suddetto principio di diritto, ha confermato che l’esigenza di tutelare il dipendente non possa in termini assoluti prevalere su qualunque esigenza organizzativa ed economica del datore di lavoro, con la conseguenza che quest’ultimo non è tenuto a farsi carico anche del sopravvenuto od eventuale disagio del lavoratore nell’affrontare l’abituale tragitto casa-lavoro.

Inoltre, il Tribunale lombardo – accertando le reali pretese del lavoratore di essere trasferito presso sedi che non fanno capo alla organizzazione della società datrice di lavoro – ha evidenziato che la verifica dell’esistenza di posizioni vacanti o disponibili nell’organizzazione della datrice ed il raffronto con le mansioni comportanti lo svolgimento di attività compatibili con la disabilità del lavoratore debba essere operato solo nell’ambito della medesima società e non rispetto a soggetti giuridici diversi pur parti di un medesimo gruppo.

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