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È legittimo il licenziamento del lavoratore part time che rifiuta la trasformazione del rapporto full time?

21 Novembre 2023

La normativa vigente e, segnatamente, l’art. 8, 1° comma, del d.lgs. n. 81/2015 stabilisce espressamente che “Il rifiuto del lavoratore di trasformare il proprio rapporto di lavoro a tempo pieno in rapporto a tempo parziale, o viceversa, non costituisce giustificato motivo di licenziamento”.

Ciò nonostante, la Cassazione, con la recente sentenza n. 29337 del 23 ottobre 2023, ha chiarito la portata applicativa di tale disposizione precisando che essa non implica che al datore di lavoro sia del tutto preclusa la facoltà di recesso in caso di rifiuto del lavoratore a prestare attività a tempo parziale (ovvero, viceversa, a tempo pieno) bensì comporta una rimodulazione del giustificato motivo oggettivo e dell’onere della prova posta a carico della parte datoriale.

La vicenda esaminata dalla Suprema Corte trae spunto dal caso di una lavoratrice dipendente a tempo parziale di una società che, dopo aver rifiutato la proposta della società di prestare attività full time, era stata licenziata per soppressione della sua posizione.

In sintesi, la società datrice di lavoro aveva ritenuto necessario assumere una nuova unità lavorativa a tempo pieno per far fronte all’incremento dell’attività, non ritenendo di poter ripartire il pacchetto complessivo dei clienti – che era aumentato nel tempo – tra le due risorse già in servizio, di cui una (quella, poi, licenziata), con una prestazione limitata a sole 20 ore settimanali.

La dipendente impugnava il licenziamento considerandolo ritorsivo e privo di giustificato motivo oggettivo.

Il Tribunale adito, in primo grado, respingeva la domanda della lavoratrice in quanto riteneva dimostrate le ragioni poste dalla società alla base del recesso.

La Corte territoriale, invece, riformava la pronunzia del Tribunale e – ritenendo pretestuosa la riorganizzazione aziendale prospettata dalla società – dichiarava la nullità del recesso e la condanna del datore di lavoro a reintegrare la lavoratrice nel posto di lavoro nonché a corrisponderle una indennità commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, con decorrenza dalla data del licenziamento e sino all’effettiva reintegrazione.

La società, dunque, proponeva ricorso ai giudici di legittimità ottenendo la cassazione della pronunzia impugnata in base ad alcune motivazioni che si rivelano degne di interesse.

Infatti, la Cassazione, in primis, ha sottolineato che non è scontato che il licenziamento di un lavoratore che respinga la richiesta di trasformazione del rapporto di lavoro full time abbia sempre carattere ritorsivo.

In tale ipotesi, infatti, occorre preliminarmente verificare se sia effettivamente ravvisabile un intento ritorsivo con efficacia determinativa esclusiva anche rispetto ad altri fatti rilevanti ai fini della configurazione di una giusta causa o di un giustificato motivo di recesso.

A riguardo, la giurisprudenza ha, da tempo, espresso un orientamento che può definirsi consolidato, a mente del quale “in tema di licenziamento nullo perché ritorsivo, il motivo illecito addotto ex art. 1345 c.c. deve essere determinante, cioè costituire l’unica effettiva ragione di recesso, ed esclusivo, nel senso che il motivo lecito formalmente addotto risulti insussistente nel riscontro giudiziale” (cfr. in tal senso Corte d’Appello di Palermo sentenza n.385/2023 e, in senso conforme, Cass. n. 9468/2019 e Cass. n. 3986/2015).

Ebbene nel caso in esame, la Cassazione ha ritenuto che i giudici di secondo grado non avessero sufficientemente valutato se la soluzione adottata dalla società per far fronte all’andamento economico dell’azienda, che implicava anche non poter continuare ad avvalersi della prestazione a tempo parziale della lavoratrice, fosse effettivamente l’unica soluzione organizzativa possibile.

Sottolineano gli Ermellini che l’impossibilità di utilizzare prestazioni lavorative con modalità orarie differenti dal tempo pieno può costituire elemento fondante un giustificato motivo oggettivo di recesso, ferma restando la insindacabilità della scelta imprenditoriale in ossequio alla libertà di iniziativa economica sancita dall’art.41 Cost.

In sostanza, ed è questo l’aspetto interessante, i giudici di legittimità hanno affermato che, qualora sia debitamente dimostrato che il licenziamento è stato intimato al lavoratore che rifiuta il part time non già a causa di tale rifiuto bensì per l’impossibilità di utilizzare la sua prestazione lavorativa parziale, lo stesso può essere ritenuto legittimo. Tale principio sgombra il campo dal dubbio che il licenziamento del dipendente a tempo parziale che non accetti di convertire a tempo pieno il proprio rapporto di lavoro sia impedito a priori dalla legge, potendo – invece – essere ammesso quando il rifiuto renda impossibile al datore di lavoro servirsi proficuamente della sua prestazione lavorativa.

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