“Punizione dei ribelli” dipinto murale realizzato tra il 1481 e il 1482 dal pittore italiano Sandro Botticelli conservato nella Cappella Sistina

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16 Luglio 2021

Risoluzioni consensuali del rapporto in ITL e licenziamento collettivo: la Cassazione boccia il Ministero.

L’art. 24, l. 223/91 prevede l’espletamento della procedura di licenziamento collettivo per le imprese che – in conseguenza di una riduzione o trasformazione di attività o di lavoro – intendano effettuare almeno cinque licenziamenti, nell’arco di centoventi giorni, in ciascuna unità produttiva, o in più unità produttive nell’ambito del territorio di una stessa provincia.

L’art. 7, l. 604/66, da parte sua, dispone – nella formulazione successiva alle modifiche introdotte dalla l. 92/12 (cd. Riforma Fornero) – che il datore di lavoro deve dichiarare l’intenzione di procedere al licenziamento per motivo oggettivo e indicare i motivi del licenziamento medesimo, con comunicazione da inoltrare all’INL ed al lavoratore, all’esito della quale si apre una procedura di “conciliazione”.

Ebbene, a tale proposito il Ministero del Lavoro, con Circolare n. 3/2013, affermava che “la procedura obbligatoria di conciliazione è invece necessaria allorquando il datore intenda effettuare più licenziamenti individuali nell’arco temporale di 120 giorni (art. 24, L. n. 223/1991) anche per i medesimi motivi senza raggiungere la soglia di 5;…Nel caso in cui la Direzione territoriale del lavoro si accorga che il datore ha chiesto più di 4 tentativi di conciliazione per i medesimi motivi deve ritenere non ammissibile la procedura, invitando il datore di lavoro ad attivare quella di riduzione collettiva di personale prevista dalla L. n. 223/1991”.

A seguito ed in applicazione di tale Circolare, pertanto, gli ITL destinatari – nell’intervallo dei 120 giorni – di più di 4 tentativi di conciliazione da parte dei medesimi datori di lavoro, rifiutavano sistematicamente l’apertura della procedura prevista dall’art. 7, l. 604/66 sul presupposto che si fosse in presenza di un licenziamento collettivo.

A cassare tale interpretazione ministeriale è, finalmente, giunta la Suprema Corte con sentenza n. 15118/2021 del 31 maggio u.s., ribadendo sul punto quanto pure aveva già sostenuto – sia pure solo tralaticiamente – con ord. 15401/2020.

Nel caso di specie, una lavoratrice – licenziata per giustificato motivo oggettivo – si doleva dell’inesistenza delle ragioni sottese al recesso, evidenziando peraltro che, successivamente al suo licenziamento e nell’arco di 120 giorni, il datore di lavoro aveva attivato, per le stesse ragioni, ben 9 procedure di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, con conseguente illegittimità del recesso.

Perduto il primo grado di giudizio, la lavoratrice vedeva invece accolte le sue istanze dalla Corte d’Appello, che qualificava il recesso come licenziamento collettivo e – accertata di conseguenza l’illegittima omissione da parte della società della relativa procedura ex art. 24 L. n. 223/91 – la condannava a pagare alla lavoratrice un’indennità pari a 18 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

La Suprema Corte, tuttavia, dà torto alla dipendente e cassa la sentenza della Corte territoriale.

In particolare, gli Ermellini rilevano che l’espressione “intenda licenziare”, di cui all’art. 24 L. n. 223/91 è una chiara manifestazione della volontà di recesso, pur necessariamente ancorata al fatto che i licenziamenti non possono essere intimati se non successivamente all’iter procedimentale di legge, mentre cosa ben diversa è l’espressione “deve dichiarare l’intenzione di procedere al licenziamento per motivo oggettivo”, ai sensi del novellato art. 7 L. n. 604/66, che è invece imposta al fine dì intraprendere la nuova procedura di conciliazione dinanzi all’ITL, e non può quindi ritenersi di per sé un licenziamento.

Tale considerazione consente al Supremo Collegio di affermare che “nel numero minimo di cinque licenziamenti, ivi considerato come sufficiente ad integrare l’ipotesi del licenziamento collettivo, non possono includersi altre differenti ipotesi risolutorie del rapporto di lavoro, ancorché riferibili all’iniziativa del datore di lavoro”, cosicchè le risoluzioni consensuali intervenute nell’ambito delle procedure di licenziamento per g.m.o. sono a tal fine irrilevanti.

Appare evidente, quindi, che – indipendentemente dal numero di procedure ex art. 7, l. 604/66 avviate – sarà al numero dei licenziamenti comminati in esito alle suddette procedure che si dovrà far riferimento al fine di verificare il superamento dei 4 licenziamenti nei 120 giorni che impone l’avvio di una procedura di mobilità.

Da quanto sopra consegue, pertanto, che d’ora in avanti gli ITL non dovranno più ritenere inammissibili le procedure avanzate, avendo unicamente cura di verificare l’esito delle stesse, atteso che solo il superamento del suddetto limite determinerà l’obbligo di avviare la diversa procedura di mobilità.

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Costantino&partners

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