“Punizione dei ribelli” dipinto murale realizzato tra il 1481 e il 1482 dal pittore italiano Sandro Botticelli conservato nella Cappella Sistina

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19 Ottobre 2021

Licenziamento del lavoratore che oltraggia la propria azienda su Facebook

Con la precedente news del 21 settembre 2018, è stato affrontato il tema della legittimità o meno del licenziamento del lavoratore che pubblica su Facebook post offensivi nei confronti dell’azienda per cui lavora.

In particolare, si è avuto modo di commentare le considerazioni (non condivisibili) espresse dai giudici di legittimità nella sentenza n. 21965 del 10 settembre 2018, secondo le quali non presentava il carattere di antigiuridicità il comportamento di un lavoratore che all’interno di un gruppo “chiuso” su Facebook (e cioè visibile ai soli iscritti) aveva apostrofato il datore di lavoro con termini offensivi, con conseguente illegittimità del licenziamento allo stesso comminato.

In base alle argomentazioni formulate dagli Ermellini nella citata pronunzia, le affermazioni del lavoratore, non essendo rivolte al pubblico ma ai soli iscritti al suo gruppo, non potevano configurare una diffamazione ai danni del datore di lavoro.

Ebbene, con la recente sentenza del 13 ottobre 2021 n. 27939, la Corte di Cassazione, ribaltando il proprio orientamento, ha respinto il ricorso promosso da un lavoratore avverso la sentenza di merito che aveva accertato la legittimità del licenziamento a lui irrogato per avere offeso su Facebook l’azienda per cui lavorava.

Le difese del lavoratore si basavano sostanzialmente sul fatto che, a suo avviso, le esternazioni sull’azienda erano contenute nella sezione privata riservata ai propri “amici” e – pertanto – in una modalità incompatibile con la denigrazione o la diffamazione.

Contrariamente a quanto sostenuto dal dipendente, i giudici di legittimità hanno precisato che il mezzo utilizzato, ovvero la pubblicazione del post sul suo profilo personale di detto social, è idoneo comunque a determinare la circolazione dell’informazione tra un gruppo indeterminato di persone, con la conseguenza che tale condotta integra senz’altro gli estremi della diffamazione e può costituire giusta causa di recesso, in quanto idonea a ledere il vincolo fiduciario che deve necessariamente sottendere al rapporto lavorativo.

Peraltro, la Cassazione ha – altresì – precisato che la condotta del lavoratore ben può considerarsi un atto di insubordinazione che ricorre, non solo allorquando il lavoratore si rifiuti di adempiere alle disposizioni dei superiori, ma anche quando ponga in essere altri comportamenti idonei, comunque, a pregiudicare l’esecuzione delle predette disposizioni nel quadro dell’organizzazione aziendale.

Segnatamente, nel caso in esame, gli Ermellini hanno ritenuto che la critica rivolta su Facebook con modalità esorbitanti dall’obbligo di correttezza formale (sia nei toni, sia nei contenuti) può essere tale da minare l’organizzazione aziendale dal momento che quest’ultima riposa sull’autorevolezza di cui godono i suoi dirigenti e i suoi quadri e, pertanto, la stessa può essere pregiudicata allorquando il lavoratore, con toni ingiuriosi, attribuisca a tali preposti qualità disonorevoli.

Licenziamento del lavoratore che oltraggia la propria azienda su Facebook
Costantino&partners

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