“Punizione dei ribelli” dipinto murale realizzato tra il 1481 e il 1482 dal pittore italiano Sandro Botticelli conservato nella Cappella Sistina

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07 Settembre 2021

La comunicazione del trasferimento del dipendente

La recente sentenza della Suprema Corte n. 19143 del 6 luglio 2021 affronta il tema del trasferimento individuale del dipendente, fornendo una sintesi dei principi elaborati nel tempo dalla giurisprudenza di legittimità.

Come noto, la materia è regolata dall’art. 2103 c.c. – ai sensi del quale “il lavoratore non può essere trasferito da un’unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive” – nonché, di norma, dalla contrattazione collettiva applicata.

Al riguardo, in particolare, il recente ccnl ARIS-AIOP per il personale non medico, confermando il precedente assetto, stabilisce che il trasferimento del personale in presidi, servizi, uffici di una unità produttiva diversa da quella di assegnazione possa essere disposto dalla Struttura in relazione alle esigenze di servizio, secondo criteri concordati con la Rappresentanza sindacale, nel rispetto di quanto stabilito dal citato art. 2103.

La medesima disposizione contrattuale, inoltre, distingue il trasferimento dalla mera assegnazione di personale nell’ambito dei servizi, uffici, presidi della medesima Struttura, precisando che quest’ultima “rientra nel potere organizzatorio della stessa Struttura e non soggetto ai vincoli di cui al comma precedente”.

Per giurisprudenza costante, inoltre, l’ipotesi del trasferimento deve essere distinta dalla trasferta – e cioè dal mutamento temporaneo, e non definitivo, della sede di lavoro – la quale, a differenza del primo, non deve essere sorretta da particolari ragioni giustificatrici, pur dovendo comunque rispondere alle esigenze di servizio.

Ciò premesso, la sentenza in commento, come sopra anticipato, riassume i principi interpretativi formatisi in materia di trasferimento, rammentando che:

  • il controllo giurisdizionale delle comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive legittimanti il trasferimento del lavoratore deve riguardare la sussistenza delle stesse e la loro correlazione con il mutamento di sede lavorativa, ma non può ampliarsi sino a configurare una vera e propria valutazione circa la bontà, idoneità o inevitabilità della scelta datoriale;
  • il datore di lavoro, tuttavia, in ragione dei principi di correttezza e buona fede, qualora disponga di più soluzioni per lui paritarie (e, quindi, indifferenti tra loro), deve scegliere quella meno gravosa per il dipendente;
  • il datore di lavoro ha l’onere di dimostrare in giudizio le motivazioni che hanno determinato il provvedimento di trasferimento.

La pronuncia, inoltre, afferma che il provvedimento di trasferimento non è soggetto ad alcun onere di forma (sebbene, naturalmente, l’adozione della forma scritta sia preferibile per ovvie esigenze di certezza) e non deve necessariamente contenere l’indicazione dei motivi, né il datore di lavoro ha l’obbligo di rispondere al lavoratore che li richieda, salvo contestazione della legittimità del trasferimento in sede giudiziale.

Tale ultimo assunto, pur essendo in linea con le più recenti decisioni della Suprema Corte (cfr. Cass., 12029/2020; Cass. 807/2017; Cass. 11984/2010), non è sempre stato del tutto pacifico.

La stessa Cassazione, infatti, in tempi più remoti, aveva ritenuto che al trasferimento dovesse applicarsi, per analogia, quanto all’epoca previsto dalla l. 604/1966 per il licenziamento, con conseguente obbligo di comunicare le motivazioni del mutamento di sede, in caso di richiesta del dipendente (che doveva essere formulata entro otto giorni), non oltre i cinque giorni successivi dalla domanda del lavoratore (Cass. 15761/2002; Cass. S.U. 4572/1986).

Sul punto, tuttavia, non può non rilevarsi che, a seguito dell’entrata in vigore della Riforma Fornero (l. 92/2012), tale procedura non è più applicabile nemmeno al licenziamento, il quale deve contenere le sue motivazioni sin dall’inizio, e non solo in caso di richiesta del dipendente.

Continuare ad affermare l’applicazione analogica della disciplina del licenziamento, pertanto, comporterebbe imporre anche al trasferimento un obbligo di forma che, tuttavia, non è previsto dalla legge.

Forse anche per tale motivo, l’evoluzione giurisprudenziale si è discostata dalla precedente impostazione, affermando a più riprese l’inesistenza di un obbligo di comunicazione delle ragioni del trasferimento.

La comunicazione del trasferimento del dipendente
Costantino&partners

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