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Aggressioni al personale sanitario, dati e possibili soluzioni. Il punto di vista di Antonio Marchini

7 Giugno 2023

Un articolo che riportava i dati raccolti dall’agenzia di controllo della Regione Lombardia sul fenomeno delle aggressioni al personale mi induce ad alcune considerazioni.

L’agenzia ha distribuito un questionario alle strutture pubbliche e private accreditate sanitarie e sociosanitarie, per misurare il fenomeno delle aggressioni subite dagli operatori sanitari nel periodo 2019-2021.

Per aggressioni si intendono quelle verbali, le minacce, le intimidazioni, le molestie e le aggressioni fisiche.

Al questionario hanno risposto l’88% delle strutture sanitarie private accreditate (sanitarie e sociosanitarie) e solo il 10% di quelle pubbliche.

Il numero delle aggressioni, nel periodo considerato, è pari a 60.000 (si fa riferimento a episodi negli ospedali, ambulatori, uffici, medici, ambulanze) e, come sottolinea l’agenzia, i numeri sono largamente sottostimati.

A titolo di esempio, considerando le aggressioni nelle corsie degli ospedali privati accreditati si è passati da 2.721 nel 2019, a 1.846 nel 2020 (anno della pandemia), per arrivare a 2.163 nel 2021.

Se volgiamo lo sguardo alle RSA (come è noto, in Lombardia si tratta normalmente di strutture private accreditate) si è passati da un numero di aggressioni di 11.648 nel 2019, a 8.541 nel 2020 e a 11.043 nel 2021.

Quanto alle figure professionali le più colpite sono, in ordine: gli educatori professionali, gli OSS, gli infermieri, gli ausiliari e i medici. Di queste il 75% sono donne.

A livello nazionale, le aggressioni che l’INAIL ha riconosciuto come infortuni sul lavoro, nel triennio 2019-2021, sono state 4.821, per una media di circa 1.600 l’anno.

Il 37% è concentrato nel settore dell’assistenza sanitaria (che include ospedali, case di cura, istituti, cliniche e policlinici universitari), il 33% nei servizi di assistenza sociale residenziale (che comprende case di riposo, strutture di assistenza infermieristica e centri di accoglienza), mentre il restante 30% ricade nel comparto dell’assistenza sociale non residenziale. Il 71% ha riguardato le donne, mentre per entrambi i generi si rileva che il 23% dei casi interessa gli operatori sanitari fino a 34 anni, il 39% quelli da 35 a 49 anni, il 37% da 50 a 64 anni e l’1% oltre i 64 anni (cfr. comunicato INAIL del 10 marzo 2023).

Una riflessione:

come sapete il CCNL della Sanità Privata prevede, all’art. 10, la costituzione di un organismo paritetico per la prevenzione e il contrasto delle aggressioni al personale.

Ho interpellato i rappresentanti sindacali di 37 strutture (quindi un numero sottostimato rispetto all’effettiva presenza): solo 8 hanno creato questo innovativo organismo.

Il CCNL Aris Rsa non prevede tale organismo, ma questo non ne impedisce la creazione.

Devo, dunque, amaramente constatare l’inerzia delle Organizzazioni Sindacali che non si fanno parte attiva, essendo il fenomeno delle aggressioni da annoverare tra quelli maggiormente sentiti dagli operatori sanitari.

Ma sussiste anche una precisa responsabilità delle parti datoriali che ben potrebbero, a loro volta, attivarsi per la creazione dell’organismo paritetico, non solo ai fini della prevenzione/protezione dei lavoratori, ma come mezzo per migliorare il benessere lavorativo e, non da ultimo, come fattore di attrazione di professionisti di cui è nota la carenza.

Eppure, sarebbe sufficiente riflettere sul fatto che le aggressioni (intese nella loro accezione più ampia) comportano un decremento della produttività del personale, un aumento dell’assenteismo, un incremento di congedi per motivi di salute, un elevato turnover.

Nel 2020 ho scritto un opuscolo sulle aggressioni, nel quale illustravo alcune proposte su come affrontare questo problema, sia da parte dei lavoratori, sia da parte delle strutture.

Per quanto riguarda le strutture, in estrema sintesi, proponevo che le stesse mettessero in atto interventi di prevenzione, tra cui:

  • la diffusione di una cultura di disponibilità, accoglienza e comunicazione nell’organizzazione e verso gli utenti;
  • la promozione della collaborazione con soggetti che supportano l’identificazione di strategie atte ad eliminare o attenuare la violenza nei servizi sanitari;
  • dare rilievo alle scelte strutturali e organizzative effettuate dalla Direzione per la sicurezza degli operatori e degli utenti;
  • assegnare le responsabilità e le risorse per la gestione degli interventi di prevenzione;
  • fornire al personale coinvolto le informazioni sulle procedure previste in caso di violenza subìta e sulle forme di assistenza disponibili;
  • definire programmi di formazione, in orario di lavoro, per tutto il personale al fine di diffondere la conoscenza dei rischi potenziali per la sicurezza e le procedure da seguire in caso di episodi di violenza, con contenuti formativi diversificati in base a contesti lavorativi e profili professionali.

Mi chiedo: ma non sarebbe utile la promozione di una campagna nazionale promossa dalle Associazioni datoriali di rappresentanza?

In alternativa, perché le singole strutture non si attivano, ad esempio affiggendo cartelli del tipo “no alla violenza”, ecc. e distribuendo a tutto il personale opuscoli informativi? Non si pensa che i lavoratori accoglierebbero come un segno positivo di attenzione nei loro confronti? Non sarebbe un modo per qualificarsi?

Come sempre, il mio è un “altro punto di vista”, ma ritengo che sia utile rifletterci su!

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